Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

Ho da poco terminato il romanzo Cristo si è fermato a Eboli, che mi ha permesso di scoprire la poliedrica personalità di Carlo Levi – medico, scrittore e pittore – e che mi ha svelato scorci di un Italia agricola e legata alle tradizioni che ormai non esiste praticamente più.

Ritratto di Carlo Levi (1902-1975)

Ritratto di Carlo Levi (1902-1975)

Levi, dopo la laurea in medicina conseguita a Torino nel 1923, lasciò i “ferri” del mestiere per impugnare tele e pennelli: allievo di Felice Casorati, scoprì in due soggiorni a Parigi (1923 e 1933) la lezione dei fauves, i ritratti di Modigliani, e l’espressionismo di Soutine e Kokoschka, che fecero nascere in lui il desiderio di opposizione alla retorica fascista e all’arte di regime. Nel 1929 entrò quindi a far parte del gruppo dei “Sei di Torino”, fondato da artisti (oltre a Levi, Chessa, Galante, Mencio, Paolucci e Boswell) legati dalla comune formazione accanto a Casorati e dal rigetto provato nei confronti dell’arte di Novecento Italiano promossa da Margherita Sarfatti. Pur con esiti differenti, i Sei anteponevano alla poetica novecentista del “ritorno all’ordine” un gusto primitivista che guardava all’arte francese del periodo. L’arte di Levi si riconosce proprio grazie alle pennellate vigorose ed espressioniste, miscelate ad un gusto narrativo nei confronti della realtà circostante.

Collaboratore di Piero Gobetti, scrisse su diverse riviste di vivace anticonformismo culturale e fondò con Nello Rosselli la clandestina “Lotta politica” e a Parigi, con Salvemini, il movimento “Giustizia e libertà”. Il suo attivismo politico lo fece condannare dalle autorità fasciste al soggiorno coatto in Lucania, tra il 1435 e il 1436, la cui esperienza è raccontata nel romanzo Cristo si è fermato a Eboli.

Il significato del titolo viene spiegato dall’autore stesso nella prima pagina del romanzo:

– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.

Levi si trova all’improvviso in un mondo diametralmente opposto alla sua moderna e dinamica Torino, un mondo legato al ritmo della natura, scandito dal sorgere e tramontare del sole e dallo scorrere lento e inesorabile delle stagioni: una natura per nulla “romantica”, ma “matrigna”, difficile da soggiogare, con la sua terra arida, sterile, avvolta dall’afa malsana, portatrice di malaria. La vita a Gagliano è immobile, immutabile, contraddistinta dalle lotte di potere tra i suoi abitanti e l’impossibilità di una vita migliore per i contadini, all’ultimo posto della scala sociale:

I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di una eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana; polveroso nodo senza mistero, di interessi, di passioni miserabili, di noia, di avida impotenza, e di miseria.

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C. Levi, Giulia la Santarcangelese, 1936

Proprio i contadini sono i protagonisti indiscussi della sua opera, sia pittorica che letteraria: durante il suo esilio forzato Levi si dedicò alla medicina e soprattutto alla pittura, lasciando ai posteri descrizioni e dipinti dei personaggi “ancestrali” che incontrò durante la sua permanenza in Lucania. Una fra tutte Giulia la Santarcangelese, donna che prende a casa in servizio:

Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un’anfora, tra il petto e i fianchi robusti. Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell’antica venustà nella sua struttura severa, come nei muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l’adornavano, ma conserva intatta forma e proporzioni. Sul grande corpo imponente, dritto, spirante una forza animalesca,si ergeva, coperta dal velo, una testa piccola, dall’ovale allungato.

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C. Levi, Paesaggio Lucano

Bellissime anche le descrizioni dei paesaggi, che perfettamente accompagnano i colori carichi e materici che Carlo Levi propone all’interno delle sue tele:

Il paesaggio , di qui, era il meno pittoresco che avessi veduto mai: per questo mi piaceva moltissimo. Non c’era una libero, una siepe, una roccia atteggiata come un gesto fermo. Non ci sono gesti, quaggiù, né l’amabile retorica della natura generante o del lavoro umano. Soltanto una distesa uniforme di terra abbandonata, e in alto, il paese bianco. Sul cielo grigio, una piccola nuvola bassa, sopra le case, aveva la vaga forma di un angelo.

Link ai libri:

C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, edizione integrale

C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, AUDIOLIBRO, letto da Massimo Malucelli

F.Rosi, Cristo si è fermato a Eboli. Dal libro di Carlo Levi al film

C. Levi, Incontri Silani 1970. Carlo Levi. Un pittore per il Sud

Una veduta di Aliano (Mt)

Una veduta di Aliano (Mt)

 

Author

Arianna Mascetti
Dopo la laurea specialistica in storia e critica dell’arte ha frequentato il corso di perfezionamento “Mediazione del patrimonio artistico e intercultura”. Convinta della funzione educativa del patrimonio culturale, attualmente si occupa di progetti finalizzati ad avvicinare il mondo della scuola all’arte e alla storia dei musei e del territorio. Appassionata di storia locale, è guida turistica della provincia di Milano.

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