Finding Bernardino Luini – parte II

Finding Bernardino Luini – parte II

In un precedente articolo ho provato a spiegare brevemente le caratteristiche dell’arte di Bernardino Luini, le cui opere sono attualmente in mostra, accostate a quelle dei figli, presso Palazzo Reale di Milano. Oggi invece metterò a confronto l’arte del maestro con quelle della sua bottega, composta dai giovani Tobia, Evangelista, Giovanni Pietro e Aurelio Luini che, partendo dagli stilemi compositivi del padre, nel giro di una generazione stravolgeranno completamente il suo linguaggio.

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Bernardino Luini, Santi Stefano, Benedetto, Giovanni Battista con un devoto; Santa Cecilia e Giustina da Padova con un angelo, 1525-30 circa.

Il luogo migliore per operare questo confronto “tra generazioni” è la splendida chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, uno dei luoghi più affascinanti (ma forse poco conosciuti) di Milano. Di fondazione carolingia, costruita su edifici di epoca romana e rifatta nel Cinquecento, era sede del più importante e potente monastero benedettino femminile della città: la sua caratteristica strutturale principale, infatti, è quella di essere una chiesa ad aula unica coperta a volta con una tramezzo che la divide in due parti, adiacenti e fino all’Ottocento non comunicanti, una riservata alle monache e una riservata ai fedeli (per farsi un’idea consiglio la visione di questo video, a cura dell’associazione culturale “Milano da vedere”, che propone una passeggiata all’interno della chiesa). E’ proprio nella prima parte della chiesa che le mani di Bernardino si accostano a quelle dei figli, che lavoreranno ad alcuni affreschi dopo la morte del padre.

Cominciamo da Bernardino: il suo intervento è concentrato nel tramezzo e nella Cappella Besozzi intitolata a Santa Caterina d’Alessandria.
Interessante nel tramezzo è l’impaginazione della scena: il pittore suddivide lo spazio in tre registri, all’interno dei quali “mette in scena” racconti di martirio (in particolare quello di San Maurizio), apparizioni di vivaci angioletti musicanti che accompagnano una raccolta Vergine Assunta, figure di santi accostati a un uomo e a una donna inginocchiati e vestiti “in borghese”: sicuramente i finanziatori dell’opera, riconosciuti dalla critica (quasi all’unanimità) con il nobile Alessandro Bentivoglio e la moglie Ippolita Sforza, nipote di Ludovico il Moro.
Se i riquadri superiori, con le scene del martirio, sono aperti e ariosi, in quelli inferiori Bernardino crea con la pittura uno spazio architettonico, inserendo i personaggi in nicchie (notate le pietre di Santo Stefano che poggiano sul cornicione marcapiano, quasi stessero per cadere oppure l’angioletto sootostante, inserito in uno spazio tridimensionale) e impreziosendo il tutto con finti marmi e decorazioni.  Lo stile è sobrio, pacato, contenuto anche nelle scene più “agitate”, le figure dolci e aggraziate: tutte caratteristiche tipiche dello stile del capofamiglia.

Giovanni Pietro e Aurelio Luini, Resurrezione di Cristo, 1555

Giovanni Pietro e Aurelio Luini, Resurrezione di Cristo, 1555

Passiamo ora ai figli: nel 1555 Giovanni Pietro e il più giovane Aurelio firmano il contratto per la decorazione di una cappella, fatta dipingere in memoria di Bona di Monastirolo, figlia naturale di Ludovico il Moro e Lucrezia Crivelli. Le scene rappresentate, la Resurrezione, il Noli me tangere e l’Andata a Emmaus, rivelano lo “shock” provocato dall’arrivo di opere venete a Milano (prima tra tutte, l’Incoronazione di spine di Tiziano, ora al Louvre). E’ proprio Aurelio, che alla morte del padre aveva solo due anni, a spezzare il mondo felice raccontato delle opere paterne, compiendo un viaggio di formazione in Veneto, che lo porterà ad irrobustire le figure, a rendere più squillanti e contrastanti i colori, in un linguaggio che, ormai, è di fatto manierista. Prendiamo, ad esempio, la Resurrezione: il paesaggio dal sapore veneto, il forte scorcio della pietra del sepolcro, i corpi “potenti” dalle pose innaturali che richiamano Michelangelo, l’impatto più teatrale e drammatico della scena sono evidenti segni di un cambiamento di direzione dell’arte lombarda, che vede, dopo soli trent’anni, sorpassato e quasi “fuori moda”, il linguaggio di Bernardino Luini.

 

 

Author

Arianna Mascetti
Dopo la laurea specialistica in storia e critica dell’arte ha frequentato il corso di perfezionamento “Mediazione del patrimonio artistico e intercultura”. Convinta della funzione educativa del patrimonio culturale, attualmente si occupa di progetti finalizzati ad avvicinare il mondo della scuola all’arte e alla storia dei musei e del territorio. Appassionata di storia locale, è guida turistica della provincia di Milano.

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