L’arte è un linguaggio universale?

L’arte è un linguaggio universale?

Premetto che forse non è neanche possibile dare una risposta univoca a questo quesito: non sono una filosofa o un’antropologa e quindi il mio intento è non è quello di dare certezze, ma di provocare e suggestionare chi legge. La domanda è serpeggiata per caso durante una cena e subito mi è tornato in mente quando, ormai 7 anni fa, questa stessa domanda mi è stata posta durante l’esame universitario di antropologia culturale.

Monna Lisa, Andy Warhol

Monna Lisa, Andy Warhol

Senza pensarci troppo verrebbe da rispondere in modo assolutamente affermativo: chi può negare che la Gioconda di Leonardo e La Traviata di Giuseppe Verdi sono opere d’arte del valore universale? Che reazione abbiamo, invece, guardando la Gioconda di Duchamp (in copertina)? E che differenza c’è tra una cartolina della Gioconda e la versione del quadro di Andy Warhol?

Dal punto di vista antropologico Alexander Alland definisce l’arte come il “gioco con la forma che produce una trasformazione-rappresentazione esteticamente felice”, dove per “trasformazione-rappresentazione” si considera il processo nel quale l’esperienza si trasforma in qualcos’altro attraverso la rappresentazione simbolica. Le incisioni rupestri della Valcamonica, ad esempio, traducono in segni grafici molto semplici il mondo così come era percepito dai nostri antenati nell’età del ferro e del bronzo, con le loro attività, abitazioni, attrezzi e credenze. L’arte, per riprendere la definizione di Alland, deve produrre una reazione “esteticamente felice”.

Questo non significa che l’arte debba essere esteticamente bella (rimando al mio articolo sulla bellezza), ma significa che il creatore dell’opera d’arte (autore del processo di trasformazione-rappresentazione), così come il pubblico che ne fruisce, esperisce una reazione positiva o negativa, mentre l’indifferenza è sintomo di insuccesso estetico. Un’opera d’arte quindi deve sorprendere, affascinare, indignare, ammaliare, incuriosire, far ribrezzo, ma non deve lasciare indifferenti. L’opera d’arte, quindi, non è un mero oggetto, ma è anche il processo creativo che sta dietro l’oggetto e la reazione che questo oggetto provoca sul pubblico.

Gamelan giavanese

Gamelan giavanese

Alla domanda iniziale, che mi era stata posta dalla mia esaminatrice dell’esame di antropologia, ho risposto in modo negativo. Se vuoi sapere come pensa un cane, devi essere un cane, disse Pracelso. Se vuoi capire, apprezzare, avere una reazione “esteticamente felice” di fronte alla Gioconda o ascoltando la Traviata, devi, in qualche modo, appartenere alla cultura di provenienza di Leonardo e Verdi. Se siete scettici, allora ascoltate i suoni del gamelan giavanese, un orchestra di strumenti a percussione formata da gong e xilofoni di varia dimensione: rispetto al rassicurante Verdi, un orecchio non allenato alla musica giavanese sente suoni e ritmi in sequenza senza comprenderli del tutto. Analogamente se non si conosce Duchamp, con il suo contesto storico e la sua visione del mondo, la sua versione della Gioconda può sembrare solo uno scherzo di cattivo gusto. 

Per concludere, se l’arte, in quanto linguaggio, ha bisogno di essere “tradotta”, è innegabile che da sempre, sin dalle origini, è universale tra popoli e culture il bisogno di esprimere se stessi attraverso l’immagine, la musica e la parola.

Author

Arianna Mascetti
Dopo la laurea specialistica in storia e critica dell’arte ha frequentato il corso di perfezionamento “Mediazione del patrimonio artistico e intercultura”. Convinta della funzione educativa del patrimonio culturale, attualmente si occupa di progetti finalizzati ad avvicinare il mondo della scuola all’arte e alla storia dei musei e del territorio. Appassionata di storia locale, è guida turistica della provincia di Milano.

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