“Non è bello ciò che è bello…”, ovvero l’efficacia nell’arte

“Non è bello ciò che è bello…”, ovvero l’efficacia nell’arte

Ho visto solo pochi sprazzi del Festival di Sanremo: qualche pezzo di canzone, mezzo siparietto del superospite e  per caso mi sono imbattuta nel monologo sulla bellezza di Luciana Littizzetto. Mi sono piaciute particolarmente queste parole:

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La verità è che uno nella vita può fare quello che vuole, ma la bellezza non è perfezione, è strappo, inquietudine. Siamo tutti diversi, a volte drammaticamente, ma un mondo di uguali è orribile, un incubo, era così nei sistemi totalitari, dove si ammazzavano i diversi.

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Indubbiamente quello espresso dalla Littizzetto è un concetto estremamente contemporaneo: durante i secoli i canoni di bellezza si sono più e più volte modificati, in base alla caratteristiche della società in cui si sono sviluppati, indissolubilmente legati al contesto storico, culturale ed economico. Le opere d’arte sono una “cartina tornasole” che ci permette di capire, secolo dopo secolo, quali ideali di bellezza hanno contraddistinto una determinata epoca. Propongo di seguito tre opere d’arte, molto lontane in termini di tempo, ma che hanno voluto, in modi differenti, rappresentare la bellezza: proviamo a chiederci, osservandole con attenzione, se anche noi consideriamo “belli” i soggetti ritratti.

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Policleto, Doriforo,
V secolo a.C.

1)  Il Doriforo (atleta che porta la lancia) di Policleto è l’esemplificazione del Canone, trattato elaborato dallo stesso scultore, che ci è noto solo attraverso frammenti citati da altri autori. Nel V secolo l’ideale di bellezza è rappresentato da questo corpo apparentemente realistico, ma in realtà misuratissimo e costruito secondo calcoli di multipli e sottomultipli: ad esempio il rapporto tra testa e la figura intera è di sette volte e due terzi. Anche la posa non è così naturale come sembra, ma è costruita a chiasmo: al braccio destro rilassato corrisponde la gamba sinistra arretrata, al braccio sinistro piegato corrisponde la gamba destra in tensione; l’asse del bacino si inclina verso sinistra, mentre le spalle dalla parte opposta, in una sintesi perfetta tra stasi e movimento. Il canone di Policleto venne utilizzato come modello per secoli.

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Peter Paul Rubens,
Le tre grazie, 1638 circa

2) Superate le Veneri classiche, “schiave” anch’esse del Canone, ignorata l’eleganza e la leggerezza delle figure mitologiche rinascimentali, lontane anni luce da come le scolpirà il neoclassico Canova, ecco la bellezza barocca  delle Tre Grazie (1638 circa): queste fanciulle, simbolo della forza vitale e legate al culto della natura vengono dipinte da Peter Paul Rubens secondo il suo personale ideale di bellezza femminile (la prima a sinistra è il ritratto della moglie). Il dipinto piacque così tanto ai contemporanei da essere acquistato dal re Filippo IV (ma conservato per un certo tempo all’Accademia di San Fernando di Madrid perché considerato troppo audace). Le tre fanciulle sono “morbide” e floride (per l’epoca grasso era sinonimo di ricchezza, benessere, prosperità), incuranti della loro cellulite esibita, che al giorno d’oggi farebbe rabbrividire molti appassionati di chirurgia estetica.

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Pablo Picasso,
Ritratto di Dora Maar, 1936

3) Al primo sguardo il ritratto di Dora Maar di Pablo Picasso di certo non si può definire “bello”: occhi asimmetrici, bocca storta, mani ad artiglio, corpo sconquassato. Era l’amante dell’artista, perché dunque viene rappresentata in modo così deforme? Siamo nel 1936: la soggettività ha preso il posto dell’oggettività, lo stato d’animo è più importante della mimesis, cioè l’imitazione puntuale della realtà. E a questo punto faccio una riflessione: è proprio necessario, per giudicare un’opera d’arte, parlare di bellezza? Forse è meglio parlare di “efficacia”, come mi è stato insegnato da un mio professore all’Università. Cosa significa? Se il ritratto di Dora non può essere considerato “bello” secondo i parametri estetici “tradizionali”, sicuramente è un’immagine “efficace”. Anche se non sapessimo nulla di Dora, osservando lo sguardo ammiccante, lo smalto rosso sulle unghie, i colori decisi, riusciamo ad intuire molto della sua personalità: era una donna forte, sicura di sé, determinata. Le forme spigolose e i colori accesi sono lontanissimi dalle linee curve e dalle tonalità pastello che Picasso utilizzava per i ritratti dell’altra sua amante, Marie Therèse Walter, ragazza mite e dolce (immagine in copertina). Picasso riesce, pur trasfigurando le forme, a rendere i suoi ritratti più verosimili e aderenti al vero di qualsiasi immagine realistica o fotografia.

Per concludere… secondo il mio punto di vista in arte non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è…efficace!

Author

Arianna Mascetti
Dopo la laurea specialistica in storia e critica dell’arte ha frequentato il corso di perfezionamento “Mediazione del patrimonio artistico e intercultura”. Convinta della funzione educativa del patrimonio culturale, attualmente si occupa di progetti finalizzati ad avvicinare il mondo della scuola all’arte e alla storia dei musei e del territorio. Appassionata di storia locale, è guida turistica della provincia di Milano.

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