La “rinascita del paganesimo antico” con la Primavera di Botticelli

La “rinascita del paganesimo antico” con la Primavera di Botticelli

L’articolo relativo ai miti classici nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese e la vicinanza con l’equinozio mi porta a parlare, questa settimana, del dipinto più famoso, quanto controverso nella sua interpretazione, di Sandro Botticelli: la Primavera, dipinta su tavola attorno al 1478 e oggi conservata agli Uffizi di Firenze. Il dipinto viene menzionato per la prima volta dal biografo aretino Giorgio Vasari, che la cita come Venere che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera. E infatti, tra le personificazioni presenti nel quadro, la figura della Primavera di fatto non c’è: essa è evocata dai vari personaggi che, in una bella giornata di sole, si ritrovano su un prato fiorito, circondato da un fittissimo fondale di alberi (a dir la verità, un po’ piatto: Botticelli prende spunto dagli arazzi “millefleures” francesi e fiamminghi, presenti all’epoca anche in collezioni fiorentine).

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Esempio di arazzo millefiori

Otto figure in un bosco di aranci, dietro ai quali si intravede un cielo limpidissimo, sono sovrastate al centro da un putto alato e bendato che scaglia una freccia, facilmente identificabile con il dio Amore. Nella parte sinistra del quadro sono rappresentati Mercurio, riconoscibile per il caduceo che tiene nella mano destra, e un terzetto di fanciulle danzanti, che Vasari identifica con le Grazie (da notare la differenza con le successive grazie rubensiane). Arretrata rispetto a tutti gli altri personaggi e in posizione centrale, circondata dal mirto, incede con passo aggraziato un’elegante giovane con la testa cinta da un diadema dorato, che può essere identificata con la dea Venere. Seguono Flora, che con leggerezza sparge i fiori raccolti nel suo grembo sul prato, e la personificazione di un vento (Zefiro) che afferra una donna coperta da veli trasparenti e dalla cui bocca escono fiori (Clori).

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Le tre Grazie

Bisogna però notare che l’esplicito rimando alla mitologia classica è interpretato secondo una visione dell’antico più letteraria che archeologica: le numerosissime interpretazioni del dipinto, più che ricollegare il quadro alla statuaria classica, pongono l’attenzione sui forti legami del quadro con i testi latini e contemporanei a Botticelli diffusi nei circoli letterari di Firenze, dalle Metamorfosi di Ovidio, all’Asino d’oro di Apuleio (ma anche Poliziano e Marsilio Ficino).

Nei Fasti di Ovidio si racconta della trasformazione della ninfa Clori, inseguita da Zefiro, in Flora/Primavera: la sua festa, i Floralia, è celebrata con la danze delle Grazie e sotto l’influsso dei pianeti Venere e Mercurio, che presiedono astrologicamente ai mesi di aprile e maggio. Un’altra lettura contrappone invece l’amore sensuale e irrazionale (Zefiro e Clori), che è fonte di vita, e che, con la mediazione di Venere, si trasforma nell’amore spirituale (le tra Grazie), fino a spiccare il volo verso le sfere celesti sotto la guida di Mercurio.

A prescindere dal suo significato, la Primavera resta un’opera dall’indiscusso fascino e dalla sconcertante bellezza: si resta catturati dalla raffinatezza dei volti, dalle lumeggiature dorate, dalla trasparenza delle vesti, dalla precisione “botanica” con cui Botticelli ha realizzato i minutissimi fiori, dall’armonia dei gesti, dal ritmo “musicale” della composizione, che ci porta in una realtà trascendente.

Author

Arianna Mascetti
Dopo la laurea specialistica in storia e critica dell’arte ha frequentato il corso di perfezionamento “Mediazione del patrimonio artistico e intercultura”. Convinta della funzione educativa del patrimonio culturale, attualmente si occupa di progetti finalizzati ad avvicinare il mondo della scuola all’arte e alla storia dei musei e del territorio. Appassionata di storia locale, è guida turistica della provincia di Milano.

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