San Francesco nel deserto di Giovanni Bellini

San Francesco nel deserto di Giovanni Bellini

Una delle opere più spettacolari tra quelle conservate presso la Frick Collection di New York è un dipinto del veneziano Giovanni Bellini:

La tavola del San Francesco nel deserto a oglio fu opera di Zuan Bellino…e ha un paese propinquo finito e ricercato mirabilmente.

Con queste parole Marcantonio Michiel, raffinato umanista e amante di pittura, ricorda l’opera di Bellini, nel 1525 conservata nell’abitazione di Taddeo Contarini, possessore di una delle più importanti collezioni d’arte di Venezia.

L’opera venne realizzata tra il 1475 e il 1480, quando l’artista era già cinquantenne, ma nel pieno del suo percorso artistico: Giovanni visse fino a quasi novant’anni, continuando a dipingere fino agli ultimi anni di vita, mantenendo continuamente un dialogo serrato con l’arte del suo tempo e portando continue innovazioni, pur restando coerente ai valori artistici veneziani, tanto che lo storico Marin Sanudo, contemporaneo del pittore, alla sua morte scrisse: “Se intese, questa matina esser morto Zuan Belin, optimo pytor, […] la cui fama è nota per il mondo, et cussi vechio come l’era, dipenzeva per excellentia”.

Giotto - stimmate di San Francesco

Giotto, Stimmate di San Francesco, 1295-1299

La scena rappresenta il momento in cui San Francesco, per dirla come Dante, “nel crudo sasso intra Tevere ed Arno, da Cristo prese l’ultimo sigillo”: mentre si trovava a pregare sul Monte della Verna, nell’Appennino Toscano ora in provincia di Arezzo, Francesco vide in cielo l’apparizione di Cristo sotto forma di serafino (angelo con sei ali) crocifisso e, subito dopo, il suo corpo fu segnato dalle ferite sulle mani, sui piedi e sul costato, segni che gli rimasero sul corpo fino alla sua morte.

Per secoli artisti medievali e rinascimentali hanno rappresentato fedelmente l’episodio, uno su tutti Giotto negli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, che nell’affresco riprense un’iconografia all’epoca già affermata: l’angelo crocifisso emana cinque fasci di luce che colpiscono il santo in preghiera, nel paesaggio aspro e brullo della Verna. L’immagine è scarna, essenziale, priva di dettagli superflui; protagonista assoluto della scena è il santo, assorto nella sua visione, mentre frate Leone, seduto in basso a destra e dipinto molto probabilmente da collaboratori, prosegue nella sua lettura senza accorgersi di nulla.

Giovanni Bellini, Le stimmate di San Francesco, 1480-85

Linee prospettiche nell’opera di Bellini

L’interpretazione di Giovanni Bellini è invece diametralmente opposta: gran parte della tavola è occupata da un bellissimo paesaggio: lo sguardo rimane colpito dal naturalismo, di evidente matrice fiamminga, con cui l’artista rappresenta elementi vegetali, come piante e fiori e gli animali, tra cui un placido asinello che pascola imperturbato, ed elementi di matrice “umana”, quali le mura della città, le case, il castello, lo studiolo di Francesco coperto da una pergola e “arredato” con un leggio di legno. Notate, però, come questo mondo apparentemente naturale e spontaneo sia rigidamente incluso, come spesso nelle composizioni rinascimentali, in un preciso reticolato prospettico, formato da linee parallele e perpendicolari: i legni che sostengono il pergolato, il degradare delle rocce, il piano su cui poggia l’asino e il monte su cui è arroccato il paese. Non mancano i significati simbolici: le specie botaniche hanno rimandi cristologici, come la vite, oppure legati al paragone, frequente nelle prime fonti francescane, tra il santo e Mosè, come l’acqua che sgorga dalla sorgente e i sandali abbandonati sotto il leggio, riferimento al comando divino di scalzarsi davanti al roveto ardente (dall’Esodo: “Togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai, è suolo sacro”). Non manca la firma dell’autore, apposta al di sopra di un cartiglio in basso a sinistra.

L’iconografia del dipinto è stata a lungo discussa, proprio perché per la prima volta non compaiono gli elementi “classici” dell’episodio. Alcuni indizi, però, ci consentono di dedurre il significato profondo della scena, anche senza la presenza del serafino: la serenità e la calma dell’ambientazione sono infatti bruscamente interrotte da un unico elemento in movimento, l’albero di alloro che si piega da sinistra verso destra, come se colpito da un forte vento. Solo  il santo, che guarda il cielo proprio in quella direzione, con le braccia aperte mostrando i palmi, è consapevole di essere investito da una luce trascendentale e avvolgente, vera protagonista del dipinto, che colpisce ogni cosa ed è simbolo della volontà divina.

Tutto è armonico, tutto è unito dalla luce di Dio: Bellini vuole sottolineare, come enunciato anche dall’umanista veneziano Ermolao Barbaro, che l’uomo non è centro e ordinatore dell’universo, ma parte del tutto, con cui vive in armonia. L’operare dell’uomo è quindi fondato sulla consapevolezza di un intimo e armonico rapporto tra poesia e filosofia, verità e bellezza e uomo e natura, come meravigliosamente espresso da questo straordinario dipinto.

Giovanni Bellini, Le stigmate di San Francesco, 1475-80

Giovanni Bellini, San Francesco nel deserto, 1475-80

Author

Arianna Mascetti
Dopo la laurea specialistica in storia e critica dell’arte ha frequentato il corso di perfezionamento “Mediazione del patrimonio artistico e intercultura”. Convinta della funzione educativa del patrimonio culturale, attualmente si occupa di progetti finalizzati ad avvicinare il mondo della scuola all’arte e alla storia dei musei e del territorio. Appassionata di storia locale, è guida turistica della provincia di Milano.

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