Dialoghi con Leucò e la ripresa del mito

Dialoghi con Leucò e la ripresa del mito

[testimonial image=”” name=”Cesare Pavese” title=”Dialoghi con Leucò, 1947″]

La Nube: C’è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire.
Issione: Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, è troppo bello per pensarci ancora.

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Nei primissimi anni di questo secolo, stavo affrontando l’ultimo anno di liceo e sono rimasta folgorata da una lettura che non ho mai dimenticato: Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.

Si susseguono ventisette dialoghi in cui i protagonisti (due per ogni racconto) sono ripresi dalla mitologia greca. Come in ogni mito che si rispetti, i protagonisti sono portatori di valori e sentimenti universali. L’amore, la morte, l’amicizia, l’angoscia, il ricordo e il rimpianto (tra i tanti) sono i veri protagonisti di questo libro.

La psicologia dei personaggi non viene delineata dall’autore, ma si evince attraverso i loro discorsi, in una dimensione ontologica potentissima.

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Cesare Pavese

Pavese ebbe una vita piuttosto tormentata: divenne orfano di padre in tenera età e si trasferì con la madre e la sorella da Como a Torino. Attratto dagli studi umanistici, si iscrisse alla facoltà di lettere, dove, appassionandosi alla lingua e alla letteratura americana, nel 1930 presentò la sua tesi di laurea “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman”. Le sue relazioni amorose furono tormentate e, queste, insieme al suo male di vivere lo portarono al suicidio nell’agosto del 1950, in un albergo di Roma. Sul tavolino della stanza, venne ritrovata una copia dei Dialoghi con Leucò, scritti tra il 1945 e il 1947, dove sulla prima pagina c’erano scritte le seguenti parole: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». La sensibilità di Pavese è evidente in questi dialoghi, come lo è la presenza eterna del mito che nasce nell’antichità per giungere fino ai nostri giorni, punto fermo e insostituibile per la trasmissione di valori e credenze.

Bronisław Malinowski, uno dei più importanti antropologi del XX secolo, spiega perfettamente il concetto: [notice]

 « Studiato dal vivo, il mito non è una spiegazione che soddisfi un interesse scientifico, ma la resurrezione in forma di narrazione di una realtà primigenia, che viene raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, esso esprime, stimola e codifica la credenza; salvaguarda e rafforza la moralità; garantisce l’efficienza del rito e contiene regole pratiche per la condotta dell’uomo. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo. » [/notice]

Author

Sara Elisa Riva
Dottoranda in letterature comparate, laureata in Scienze dei beni culturali con specializzazione in storia del teatro e del cinema. Ex pianista, attualmente si occupa di portare avanti il proprio progetto di ricerca universitario, in concomitanza scrive, soprattutto narrativa e pièce teatrali. Nel tempo libero legge tantissimi libri, guarda film internazionali e serie televisive statunitensi.

One comment

  • molto interessante se non addirittura affascinante scoprire i mille risvolti e i mille intrecci che scaturiscono dalla tormentata mente umana

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