Mancanza di scrittura nelle università italiane

Mancanza di scrittura nelle università italiane

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Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile.

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La scorsa settimana ho letto un articolo che racconta la mancanza di attività legate alla scrittura nelle università italiane. In particolar modo, il dito era puntato verso le facoltà umanistiche in cui il problema si fa ancora più rilevante. La mia esperienza personale conferma questo deficit: in cinque anni di università non ho mai scritto una riga che non fosse per le tesi. Già durante il dottorato le cose si fanno diverse: si scrive molto di più, se si è fortunati, in quanto è probabile che oltre al lavoro di ricerca, vengano richieste relazioni o articoli di settore. Quello che è interessante notare è che, a differenza nostra, negli altri stati la pratica della scrittura è decisamente viva. Vi basti scambiare due parole con qualsiasi studente sia venuto in Italia dall’estero a fare l’Erasmus, per rendervi conto delle differenze. Nel resto d’Europa e non solo, gli esami si svolgono per lo più per iscritto, cosa non sempre positiva, in quanto anche la mancanza di capacità argomentative durante un colloquio è una grave pecca, ma sicuramente non hanno i nostri problemi.

Non di rado, ho sentito compagni di corso lamentarsi di non sapere da che parte iniziare per redigere la tesi e, di frequente, le difficoltà si registrano anche nelle questioni più banali come l’utilizzo corretto della punteggiatura o delle norme redazionali di base.

Personalmente, ho una visione duplice del fenomeno: da un lato credo che si debba saper scrivere correttamente prima di arrivare sui banchi delle università, dall’altro capisco la difficoltà di affrontare una tesi compilativa o anche sperimentale, senza avere mai, prima di quel determinato momento, scritto nemmeno una relazione. La difficoltà maggiore è, indubbiamente, la presenza massiccia di studenti alle lezioni. È impensabile che un docente possa avere il lusso di seguire centinaia di studenti (soprattutto nei trienni) personalmente e di correggere altrettante relazioni relative al corso offerto. Nel resto d’Europa si hanno lezioni istituzionali ( che introducono, in genere, la materia) dove gli studenti partecipano in numeri maggiori e, successivamente, corsi monografici dove i professori non seguono più di una ventina di persone per volta. Questo fa rapidamente capire quale sia il limite delle università italiane. Quale sarebbe dunque la soluzione? Il numero chiuso in ogni corso universitario? Qui attirerò le ire di molti studenti, perché la mia risposta è affermativa. Prima di sventolare la bandiera del diritto allo studio, bisognerebbe però capire come impostare il numero chiuso con un criterio selettivo funzionale. Credetemi (studenti), quando sarete seduti sui pavimenti delle aule e vedrete alcuni colleghi chiacchierare durante la lezione impedendovi di seguire con tranquillità, rivaluterete anche voi l’utilità del numero chiuso, che permette, senza ombra di dubbio, di avere rapporti più diretti con i docenti e con altri compagni di corso meritevoli. Per me, la soluzione sarebbe semplice: si stabilisce un numero di esami minimo da sostenere il primo anno, con una media stabilita da mantenere e chi non tiene il ritmo resta a casa. Ovviamente, con le dovute eccezioni del caso: studenti lavoratori, malattie serie e certificate, problemi personali di rilievo documentabili. È  arrivata l’ora di smettere di nascondersi dietro a un dito e di prendersi le proprie responsabilità. Anche chi ha difficoltà potrebbe ritentare, istituendo dei corsi annuali con degli esami finali che potrebbero riammettere alla frequenza dei corsi. Sono certa, frequentando l’università da molti anni, che la maggior parte delle persone non motivate desisterebbe sin dai primi mesi, davanti a un sistema che non permette di sedersi sugli allori. Tutti ne trarrebbero grandi benefici e il problema della scrittura mancante, così come di altre pecche, potrebbe essere presto risolto.

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Ecco un sugerimento per iniziare ad orientarsi nel mondo della tesi.

Do ut des, dicevano i latini, quindi se si vogliono condizioni di studio e insegnamento migliori, dovrebbero essere gli studenti in primis a richiedere e a dimostrare serietà d’intenti. Il discorso assumerebbe dimensioni mastodontiche se si analizzassero a fondo i problemi  che colpiscono scuola e università, vittime di tagli drastici negli ultimi anni.

Poiché, per il momento, non c’è a portata di mano una soluzione per migliorare le attività didattiche e nemmeno per riorganizzare le università, mi sento di consigliare a tutti un esercizio privato della scrittura, almeno dalle scuole superiori ( anche se, personalmente, inizierei molto prima), per cercare di non arrivare impreparati alle soglie dell’università Per chi invece è ormai avanti con gli studi e non ha la possibilità di seguire corsi che l’aiutino a destreggiarsi nelle stesura della tesi, a breve, verrà messa a disposizione gratuitamente, su questo blog, una piccola dispensa che aiuterà a capire come strutturare una tesi almeno nelle sue parti principali, ponendo attenzione all’inserimento di note, citazioni, punteggiatura e bibliografia.

Author

Sara Elisa Riva
Dottoranda in letterature comparate, laureata in Scienze dei beni culturali con specializzazione in storia del teatro e del cinema. Ex pianista, attualmente si occupa di portare avanti il proprio progetto di ricerca universitario, in concomitanza scrive, soprattutto narrativa e pièce teatrali. Nel tempo libero legge tantissimi libri, guarda film internazionali e serie televisive statunitensi.

4 comments

  • Concordo sul numero chiuso attuato attraverso una severa selezione meritocratica; troppo spesso l’università è diventata parcheggio di studenti in attesa di tempi migliori che, inevitabilmente, vivacchiano studicchiando.
    E’ vero, non si sa più scrivere; forse perchè non si sa più argomentare. Ci si accontenta di parlare e scrivere esperimendosi a slogans, utilizzando frasi telegrafiche, più consone al linguaggio mediatico che alle esigenze del serio approfondimento.

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  • Sul non saper scrivere sorvolo mentre sul numero chiuso concordo pienamente.
    Che me ne faccio di uno studente fuori corso da anni ? Come scrive Sara, con gli opportuni distinguo, se non si riesce a dare un numero minimo di esami in un anno non sei portato per lo studio o non hai voglia.
    Nel primo caso non c’è da disperarsi, non tutti diventano astronauti, nel secondo caso fte pazio a chi ne ha veramente voglia ed andate a zappare (nobile ed utile attività).
    Metto qui una serie di ….,,,,::::: ;;; nel caso abbia dimenticato la punteggiatura corretta 🙂

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  • Sara Elisa Riva

    La questione del numero chiuso è complessa, ma, a mio modesto parere, risolvibile. Il punto è sempre volerlo. Se si rimane fermi in una dimensione di comodo da entrambe le parti, la situazione non cambierà mai.

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