Lo spazio narrativo: i luoghi della memoria di Marcel Proust

Lo spazio narrativo: i luoghi della memoria di Marcel Proust

La realtà non si forma che nella memoria.

Marcel Proust

Qualche settimana fa, mi sono occupata dello spazio narrativo all’interno della poesia di Eugenio Montale. Non ho avuto la pretesa di essere esaustiva, in quanto l’opera montaliana è immensa e ricca di fenomeni, non solo spaziali, da analizzare.

Questa settimana vorrei invece analizzare un altro argomento che mi sta molto a cuore: la memoria, in particolare, all’interno di À la recherche du temps perdu di Marcel Proust.

In queste pagine splendide, dense e ricche, sia a livello stilistico che contenutistico, si sviluppa, prepotentemente, un fitto intreccio di ricordi che si legano tra loro come anelli di una lunghissima catena, che ci portano a vedere tutta la vita del protagonista attraverso la capacità di ricordare fatti passati.

La memoria non è qui solo veicolo di ricordi, ma luogo dove la vita fiorisce. Infatti ci avverte Marcel:

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Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente. [/notice]

Ci indica chiaramente che la nostra percezione del ricordo non è reale, ma solo un fenomeno esterno in grado di riportarci chiaramente alla mente sensazioni e percezioni che non possono essere rievocate volontariamente. Prendiamo per esempio il famosissimo passo della petite madeleine:

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Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena». Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. Era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? [/notice]

Inizia così, inconsapevolmente, il processo che porterà Marcel a capire i meccanismi che regolano la memoria. Lentamente, assapora ancora la bevanda e il dolce e scopre che:

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… la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d’interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? […]E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l’evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarvi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l’impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l’udito e l’attenzione dai rumori della stanza accanto. […] Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev’essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti. [/notice]

Il sapore della madeleine inzuppata nel thé ha prodotto una sensazione conosciuta, anche se ancora non riesce a capire da dove provenga e ancora non è ricordo. Con un sforzo di concentrazione, che lo porta a staccarsi dal mondo sensibile più di una volta prima di riuscire a decifrare il messaggio datogli da quel sapore, Prost, finalmente, capisce di cosa si tratta.

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E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina a Combray ( giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio. [/notice]

La cosa sorprendente è che non solo ricorda l’azione che si svolgeva in camera di zia Léonie, ma:

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… subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. […] così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè.[/notice]

Ed è proprio qui, nella nascita di un ricordo reale che il tempo della memoria si fa luogo, diventando veicolo, non solo di emozioni, ma di posti reali, in cui il protagonista del romanzo aveva vissuto la sua infanzia. Si pensa, a ragione, che il vero protagonista dell’opera di Proust sia il Tempo, ma non bisogna dimenticare che, come una miriade di stelle che costellano il cielo notturno, i ricordi accompagano tutto il romanzo. È un’opera sul tempo, ma anche sulla memoria legata al tempo, memoria intesa anche come contenitore di luoghi che a loro volta, come una matrioska, contengono sensazioni, emozioni, azioni e vissuti, che possono diventare reali solo nel momento in cui l’oggi ci offre la possibilità di cogliere, attraverso un senso che in questo caso è il gusto, ma potrebbe essere qualsiasi altro, quella scintilla di collegamento tra il nostro presente e il nostro passato e che ci proietta, immediatamente, nel luogo preciso in cui ci trovavamo allora. La cosa sorprendente è che, per quanto ci si possa sforzare, il risultato non potrà essere lo stesso, né tanto meno potrà essere attendibile, se proveremo a recuperare da soli uno dei nostri ricordi. Ciò che ci tornerebbe alla mente sarebbero uno spazio e un tempo ricostruiti attraverso i filtri che la nostra mente inserisce, forse per permetterci di vedere altre cose, durante il nostro cammino.

Author

Sara Elisa Riva
Dottoranda in letterature comparate, laureata in Scienze dei beni culturali con specializzazione in storia del teatro e del cinema. Ex pianista, attualmente si occupa di portare avanti il proprio progetto di ricerca universitario, in concomitanza scrive, soprattutto narrativa e pièce teatrali. Nel tempo libero legge tantissimi libri, guarda film internazionali e serie televisive statunitensi.

6 comments

  • Complimenti. Mi è piaciuto l’articolo sui luoghi della memoria. E’ un tema che si ripresenta ogniqualvolta accompagno qualche personaggio in una visita guidata. Non so se avrò tempo di leggere tutti i suoi scritti, certamente prenderò spunto da questo per un mio post sui luoghi della memoria. Mi sono iscritto al suo sito.
    Cordialmente,
    Antonio Greci.

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    • Sara Elisa Riva

      Grazie mille Antonio! Mi fa molto piacere che lei segua il nostro sito. I nostri articoli rimangono sempre presenti, quindi potrà leggerli quando ne avrà voglia. Spero di ritrovarla ancora su queste pagine, ma mi piacerebbe anche leggere qualcosa di suo.
      Un cordiale saluto,

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  • Ero alla ricerca di una parafrasi della poesia ‘Contemplo spesso il cielo della mia memoria” di Proust e sono capitata in questo sito. Ho trovato il Suo articolo davvero interessantissimo!
    Avevo letto il romanzo lo scorso anno, in francese, e ho provato una forte emozione nel poterne rileggere un bel passo ora, alla luce delle Sue osservazioni, complimenti davvero.
    Buona serata
    Lorena Campiotti

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    • Sara Elisa Riva

      Gentilissima Lorena, la ringrazio per il suo commento e sono lieta che abbia trovato il mio articolo di suo interesse.La Recherche proustiana è in grado di apportare un profondo cambiamento in chi ha la pazienza di leggere le sue tremila pagine, regalando emozioni indimenticabili! Un caro saluto, spero di ritrovarla su questo blog.

      Sara Elisa Riva

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  • Bellissimo pezzo, l’ho letto con un po’ di nostalgia per quella vita che, attraverso la narrazione, è passata anche attraverso di me, ovvero io sono stato, e anzi sono ancora inconsapevolmente gli avvenimenti che così ho vissuto. Proust stesso ci avverte di questo come pure lei evidenzia, che il tempo non è mai passato, che la carne stessa si può disporre per ritrovarlo, è anzi essa stessa il nostro tempo soggettivo, o anzi semplicemente è il tempo. La memoria sta in tutto il corpo ed è archiviata spesso con codici alternativi a quelli del linguaggio verbale, e la vita intesa come processo così scorre, tra un tempo e l’altro.

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