Verso Citera

Verso Citera

L’artista, secondo Giulio Paolini, insegue l’enigma, ne abbraccia completamente la natura circolare. L’enigma – domanda per cui tante risposte sono possibili ma che in fondo non ha vera risposta – implica una ricerca senza fine il cui senso ultimo è nel viaggio e non nella sua conclusione.

Come evidenzia Claude Lefort, il lavoro dell’artista, di tutti gli artisti, si costituisce come “interrogazione interminabile, che si ripropone di opera in opera”. Ecco l’enigma: cambia pelle ma si ripete sempre identico. Chi ne abbraccia la natura tenta di rispondere sempre alla stessa domanda. Dunque, secondo quest’idea ogni scrittore, seppur con forme e mezzi diversi, scrive sempre lo stesso libro (ovvero il libro che vorrebbe scrivere), mentre ogni pittore lavora sempre per realizzare lo stesso identico quadro. Di essa l’artista non ha che un’immagine mentale; è la sola percezione – intuizione – dell’opera che vuole realizzare a guidarlo nel suo viaggio. Lei esiste, seppur come puntino all’orizzonte. Nei suoi testi Paolini l’ha più volte definita come l’Idea, l’opera delle opere, su cui ogni futuro lavoro si modella. Pensiamo ad essa come ad un’isola; l’artista in mare aperto, su una zattera dismessa e trasportato dalla corrente, la contempla da lontano. Raggiungerla è il sogno e, pur con i suoi poveri mezzi, egli continua il suo viaggio.

L’opera delle opere può essere paragonata a Citera, la mitica isola della bellezza a cui si allude in due dipinti di Watteau amatissimi da Paolini. In entrambi, una serie di personaggi ubriachi di gioia si muove in un corteo sul punto di imbarcarsi per l’isola. Citera è però nient’altro che un’illusione e chi si imbarca è destinato a vagare in mare aperto, subendo la condizione del naufrago lontano da terra e solo in se stesso. Se il quadro di WatteauEmbarquement pour Cythère, descrive la premessa dell’imbarco, dove il desiderio e la voglia di partire ubriacano di gioia i personaggi, la sorte del naufrago sembra suggerirne il destino; l’impossibilità di giungere all’isola conduce colui che si è imbarcato ad un viaggio senza fine.

giro di boa

G. Paolini, Giro di boa, 1998. Tavola litografica.

C’è un quadro di Paolini che ben rappresenta la condizione che da sempre contraddistingue l’artista. In Giro di boa (una delle sue opere che amo di più) il mare è costruito da un assemblaggio di appunti, mentre la zattera è composta da un frammento del pavimento dell’abitazione torinese dell’artista; come a voler sottintendere che il viaggio che egli compie si svolge sempre all’interno del suo studio.

Fra i tanti quadri che parlano dell’impossibilità di raggiungere Citera vi è anche Cythére, dove è l’urto contro il vetro a palesare la distanza che ci separa dall’isola.

cythère

G. Paolini, Cythère, 1983. Fotografia a colori, collage su vetro infranto.

Ogni quadro di Paolini è un invito a fare un viaggio percettivo nel territorio dell’immagine. Ogni quadro è una soglia, una finestra verso un altrove, una linea di frontiera tra il nostro mondo e il territorio dell’opera. Ed è sempre l’artista ad avvertirci che nel quadro non si può entrare: il quadro una finestra a cui possiamo stare affacciati ma che non possiamo oltrepassare. Il nostro viaggio, il viaggio di spettatori che è poi il viaggio dell’artista stesso, è sempre un’andata e ritorno su quella linea di frontiera che è la soglia di un quadro.

(In copertina A. Watteau, Pèlerinage à l’île de Cythère, 1717. Olio su tela.)

Author

Sara Prina
Laureata in Comunicazione Visiva all’Accademia, si specializza successivamente in Storia dell’Arte. Rimane in Australia per un anno. Disegna, scrive e inventa. Ama leggere libri e fumetti, ascoltare musica degli anni Settanta e andare al cinema.

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