La vita delle forme

La vita delle forme

[testimonial image=”” name=”Pablo Neruda”]

Ma quanto vive l’uomo?

Vive mille anni o uno solo?

Vive una settimana o più secoli?

Per quanto tempo muore l’uomo?

Che vuol dire per sempre?

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Questa poesia non fa ancora parte di alcuna raccolta in Italia, ma compare come citazione introduttiva in La casa degli spiriti di Isabel Allende. È una citazione folgorante. Neruda, indossati i panni del misterioso poeta del libro, ne svela i temi profondi, la coerenza interna.

Quando per la prima volta lessi questa poesia stavo studiando per un esame e avevo per le mani diversi volumi, tra cui Vita delle forme di Henri Focillon. L’unione di entrambi generò in me un’incredibile fascinazione. Era come se – che buffo! – Neruda e Focillon in due lingue diverse, con due pensieri lontani, esprimessero i medesimi concetti.

Ray K. Metzker, Philadelphia, 2004.

Ray K. Metzker, Philadelphia, 2004.

Vita delle forme è uno dei testi più belli e delicati sul pensiero artistico, sul moto creativo, sulla vita interiore. Focillon vede le forme come entità autonome, dotate di un principio interno che le rende dinamiche, volte a una continua trasformazione. Ogni opera d’arte finita è forma: in essa vivono gli esperimenti, le ipotesi e le metamorfosi formali che l’hanno preceduta. Essa non va considerata come entità astratta: è spazio, materia, tecnica, mano e ingegno. Finché non viene tradotta nella materia per mezzo degli strumenti, delle mani degli uomini, la vita delle forme non è che pura speculazione. Eppure, i confini non sono definiti come sembrano e Focillon mette in chiaro che “tra le forme nello spazio, le forme nella materia e le forme nello spirito non vi è antagonismo, ma solo una differenza di prospettiva”. Come non applicare questo ragionamento al libro di Isabel Allende, alla poesia di Neruda? Non vi è forse tra non ancora nati, vivi e morti, nient’altro che una differenza di prospettiva? Quanto vive l’uomo? Vive mille anni oppure un giorno?

Le materie non sono intercambiabili. Passando da una materia ad un’altra, la forma subisce sempre delle metamorfosi. È così che Focillon rivaluta la nozione di copia. La ripetizione passiva non esiste. La miniatura copiata da un decoratore di pareti entra in un altro universo. In ogni opera d’arte vi è sempre una “piccola scintilla”. L’influenza di un artista su altri genera, sì, repliche; ma anche nella replica, esiste sempre un luogo in cui risiede quella sottile differenza che è l’accento proprio dell’opera d’arte.

La vita delle forme ha movimento duplice e contrario: da una parte tende all’ordine e procede per imitazione, dall’altra vira verso la novità e procede per mutazione. Se vogliamo pensare a una forma non dobbiamo mai considerarla come qualcosa di fisso e invariato; come un viso, essa possiede una fisionomia che negli anni si modifica, e, insieme a questa, ne muta anche il senso.

La forma crea il tempo che più le conviene: lo accelera o rallenta a seconda dei propri bisogni. Si tratta anche qui – come già avevamo visto con Warburg – di un tempo ricco di contraddizioni e strati sovrapposti. Secondo Focillon, l’umanità ha adattato il tempo alle proprie esigenze, istituendo una linea ripartita in secoli. Il tempo però, così come la storia, va piuttosto considerato come una catena montuosa, un movimento complesso e stratificato. Scrive Focillon: “Il passato non serve che a conoscere l’attualità. Ma l’attualità mi sfugge. Cosa è in fondo l’attualità?” e Neruda replica da lontano nella mia mente: “Che vuol dire per sempre?”

Il disegno delle forme non è mai il disegno sull’asse cronologico della storia. No, le forme rivelano “la presenza eterna dell’uomo”, l’inesauribile traccia del suo passaggio e dei suoi pensieri.

Author

Sara Prina
Laureata in Comunicazione Visiva all’Accademia, si specializza successivamente in Storia dell’Arte. Rimane in Australia per un anno. Disegna, scrive e inventa. Ama leggere libri e fumetti, ascoltare musica degli anni Settanta e andare al cinema.

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